sabato, aprile 29, 2006

 

Lucio Moreno al Senato

[Le serie sono il nuovo cinema (Neri insegna, o anche solo indica), prima di tutto perché rompono l'insensata convenzione per cui un film deve durare due ore o poco più, o meglio meno. Forse in futuro, quando avremo ancora più confidenza coi mezzi tecnici di riproduzione, i film del Novecento saranno trattati alla stregua dei racconti, o al limite dei romanzi (molto) brevi in letteratura. Se vi comprate un libro (che magari non ha un'economica) e a leggerlo ci vogliono solo un paio d'ore - non vi sentite un po' fregati? Il che nulla toglie alla possibilità di un racconto di essere bello o addirittura, come voleva Poe, l'unico genere che abbia la realistica possibilità di una fruizione ideale, proprio in virtù della sua breve durata durante la quale si può sperare di non essere interrotti da altro, da altri o da se stessi. Le serie, oggidì, o si è ricchi di denaro e di tempo, o di sapere internettaro e le si scarica da qualche parte, oppure le si compra su ebay, oppure ci si rassegna a vederne pezzi e bocconi ("suspence", dopotutto, viene dal latino "sospensione", "interruzione" - e il primo romanzo assolutamente moderno vede come protagonista eponimo Tristano Sciandi, "figlio (...) dell'interruzione (...)!") quando le tv nazionali si degnano di trasmettercene.]
Non c'era in tv la ri-seconda votazione al Senato, così mi son potuto guardare in buona coscienza l'ultima puntata di "Roma", la fenomenale serie ultraviolenta americana sull'Urbe dei giulii degna di "Mocassini Assassini".
In dodici ore (io ne avrò viste otto e rotti, ma prima o poi mi rifarò col dvd, anche perché il doppiatore di uno dei protagonisti è uno speaker di rete4 - e sentir declamare le proprie intenzioni truculente o bordellesche da un televenditore non son proprio riuscito a postmodernizzarmelo) si son viste le ultime vicende del bello gallico, tutto quello civile e infine (tu chiamalo, se vuoi, SPOILER) l'assassinio di Cesare. Di seguito qualche nota.

Uno. Bando a chi rompe i coglioni su "ma figurati se la vera Roma era così" ché non avete capito una sega. Un po' di Shakespeare in più, anzi (che anche lui ad anacronismi dava le paste a tutti ma, si sa, la superiore qualità dell'opera - o la confusione coi nostri anacronismi rispetto al Seicento), non avrebbe guastato, ma non dispero per la seconda serie, che potrebbe aprirsi sull'orazione di Antonio. In ogni caso, 'sta b-serie non guardatevela se non siete in grado di reprimere il latinista che è in voi.

Due. Raghi, 'sta roba l'ha scritta John Milius ("Un mercoledì da leoni", "Amadeus", "Larry Flint" - ma soprattutto "Conan il barbaro"), mica pippe.

Tre. Una sua "verità" storica la serie la trova programmaticamente nella violenza pervasiva della società romana. Roba espressionista, per carità (tanto "verista" quanto lo è il "realismo" proclamato da certi registi per i loro film pulp), ma ci si fa un'idea - e ci si rinfresca la memoria sul perché il cristianesimo, dopotutto, lo si può considerare una sorta di progresso (parola grossa) morale (grossissima). Ricordo, in un libro celebrativo della storia irlandese, di aver trovato un panegirico di San Patrizio, l'evangelizzatore dell'isola, che riuscì a far abolire la schiavitù e a diminuire (per quanto non a debellare) la bellicosità endemica dei regnanti locali.

Quattro. Ciò che colpisce, quello che dà l'impatto estetico, lo stilema che fornisce le tre o quattro cose a puntata che rendono Roma degno di essere visto, sono sesso e sangue, ma un tipo specifico di sesso e un tipo specifico di sangue, e soprattutto quella sintesi dei due che è la schiavitù - un tipo specifico di schiavitù. Il sesso è esplicito e apparentemente appassionato, ma non da pornosoft, piuttosto è mercenario fin nel midollo, brutale (nel gesto o nel sentimento) o calcolatore in ogni gesto; la sessualità di 'sti romani (ecco un'altra "verità" storica) è sempre mista di vanità, di voglia di potere e di sopraffazione, coi muscoli o con l'astuzia (un giorno in questa sede ci dilungheremo sul significato del pompino presso i greci e presso i romani, ma se avete furia e non vi interessano le infiorettature moderniste che ho intenzione di fornire andate diretti su wikipedia). Le scopate di Azia (la nipote di Cesare e sua plenipotenziaria a Roma in sua assenza) sono formidabili, e la caratteristica saliente è l'onnipresenza, ininvisibile (se mi passate il brutto neologismo), degli schiavi, alcuni impegnati banalmente a fungere da ventilatori umani (evvabbè), altri che si fanno proprio i cazzi loro (accanto al letto c'è una vecchina che fa la calza, e coi fusi rischia di ferirsi per il furioso tremare del baldacchino). Uno schiavo urta per sbaglio il giovane Ottaviano? Questi lo schiaffeggia con rabbia ma di passata, senza interrompere perciò la conversazione con la madre. Antonio, durante la marcia della legione che sta guidando, vede una pastorella solitaria? Una stupratina senza impegno, e la truppa riparte. Ovvie, forse, le scene di arena (dopo "Il Gladiatore", la stessa idea di un'arena periferica non è più nulla di ché), ma ganzissimi i murales sanguinolenti che tappezzano la città; sembra di essere a Belfast, e temo che il paragone possa essere calzante.

Cinque. A livello strutturale, ma anche di genesi dell'opera, i due livelli sono piuttosto standard ma interessanti da seguire. Da un lato l'alta politica, che segue più o meno gli eventi storici come li conosciamo (ma con interpretazioni dei personaggi da annotare; Pompeo grasso come il Cesare di Shakespeare avrebbe voluto, Bruto il ragazzino, Cicerone una macchietta - quante versioni di latino mi vendica 'sta macchietta di Cicerone!), dall'altro due personaggi inventati di sana pianta, di bassa estrazione sociale, e i loro entourage. Questi due li vediamo crescere, più che umanamente - direi - "di livello", proprio come in una avventura di D&D; si sa che Spielberg trasse Indiana Jones da un'avventura, che ha lodato il metodo in sé, che lo ha omaggiato in diverse scene di ET; se Milius fosse di quella scuola, non ci sarebbe certo da stupirsi. Le vicissitudini di 'sti due, il pretoriano Lucio Moreno e il legionario Tito Pullio, si intersecano con quelle dei personaggi di alto livello, ma -attenzione- siccome di fatto non possono modificare la macrostoria, creano delle tarsie che meglio di ogni altro conosce chi abbia masterizzato qualche avventura, o addirittura una campagna, del gioco di ruolo di "Star Wars" (meglio di chiunque altro vah, quorum ego sì, 'mbeh?) - o magari chi ha giocato alla play ad uno degli innumerevoli "Signore degli Anelli" in cui una paracompagnia mistoelfonani intravede ogni tanto, per i dungeon di Moria, Frodo e gli altri.

Sei. I sacrifici agli dei. In "Ben Hur" li avete mai visti? In quale altro peplum? E se pure ne scovaste qualcuno, beh - qua è un continuo, si fanno sacrifici per tutto e dappertutto; ora il capretto, ora la colomba, ora Vercingetorige al Foro, ora (preparate i fazzoletti) lo scarafaggio - unica bestia ammazzabile che il prigioniero trova in cella (almeno Silvio Pellico dai ragni con lui galeotti si faceva tenere compagnia).

E da ultimo, in questo giorno qua, come non ricordare i formalismi senatorii che conducono, contro la volontà di Pompeo che pure li aveva avviati, al bello civile? Oggi gli dei non ce li abbiamo più e, come dice la mi'mamma, "i sacrifici non vanno più di moda", però qualche morto ogni tanto fa sempre la sua porca figura; muore Falcone, eletto Scarfaro; in cosa ci disgrazieranno Giove Ottimo Massimo i tre morti di Nassirìa?


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Commenti:

Rome è stato, per me che amo la gloria di Roma, qualcosa di emozionante. Azione ... Musica (grand Jeff Beal) ... Valori dell'amicizia oltre la morte ... Roma potente nonostante le lotte interne ... la Legione romana ... stupenda scenografia e fotografia ... bravi attori e grande fantasia di Bruno Heller. Avrei voluto essere Lucius Vorenus con tutti i pochi difetti di un puro.
Registi italiani non avrebbero saputo far di meglio ed infatti non l'hanno mai fatto!

Rome me la porto addosso!

Vale!

Victor
 
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