lunedì, gennaio 14, 2008

 

Buongiorno
Questo è ( sarebbe stato ) il mio primo intervento in comitato, da eletta nella lista nonviolenta per l’ambiente la demografia l’energia ( se la mia ignoranza dei regolamenti reali non l’avesse reso impossibile ) (e a voi, disubbidischi, lo posso ben dire: fu un complotto plutocratico massonico dei più biechi, a buon intenditor poche parole).

Per me essere stata eletta dal congresso significa non certo e comunque non solo venire a Roma quando il comitato viene convocato, parlare al comitato e attraverso di esso agli ascoltatori di radio radicale, fare sfoggio di più o meno spiccate capacità oratorie, nel mio caso scarsissime, firmarsi “membro del comitato di radicali italiani”, secondo me significa assumersi una responsabilità politica, responsabilità di partecipazione e di governo di partito, di un partito antico ed unico.
Nella lettera di convocazione siamo stati invitati a prendere spunto dal documento conclusivo della direzione congiunta di Radicali Italiani e dell’Associazione Luca Coscioni tenutasi lo scorso 22 dicembre: gli obiettivi indicati da quel documento riguardano l’attuazione di riforme economiche per il rientro dal debito pubblico, per la lotta alla povertà o meglio per l’abolizione della miseria, per lo sviluppo del benessere, ma anche indicano chiaramente lo stretto collegamento tra i temi nazionali e quelli transnazionali.
Infatti, come il successo della moratoria sulla pena di morte ha chiaramente dimostrato, l’ azione parallela tra livello nazionale e livello transnazionale è l’unica strada che ci può liberare dalle catene di silenzio e di impraticabilità dalle quali siamo legati.
Il satyagraha mondiale 2008, che è già cominciato , e che deve crescere fino al suo momento di massima espansione, fissato per l’inizio dei giochi olimpici in Cina, lo dobbiamo costruire noi, senza aspettare direttive o indicazioni, per poi magari criticarle quando vengono espresse; e come qualche anno fa ci disse Umar Khambiev, quanto più saremo determinati nel lottare per il rispetto dei diritti nelle nostre avanzate e altamente imperfette nazioni democratiche, quanto più saremo utili per la difesa dei diritti umani in quei paesi dove sono apertamente e costantemente violati.
Quindi il satyagraha mondiale passa anche, nel nostro livello nazionale, per tutte quelle battaglie tradizionalmente radicali di legalità, come quella per gli otto senatori eletti e non nominati, quella per un informazione corretta e completa che renda ai cittadini il diritto a conoscere per deliberare, quella per il recupero della seconda scheda elettorale, una battaglia questa, vinta una prima volta da Marco Pannella quando in occasione del referendum sul divorzio riuscì a rendere effettiva una potenzialità di democrazia diretta che era rimasta sulla carta per decenni; vittoria successivamente vanificata attraverso una infinita serie di violazioni; violazioni delle procedure, violazioni dei risultati, violazioni dello spirito stesso dello strumento referendario, violazioni che hanno impedito il realizzarsi di riforme sostanziali e radicali sulle leggi elettorali, sulla giustizia, sulla legalizzazione dell’uso di sostanze stupefacenti, sul miglioramento della legge sull’aborto e molte altre. E’ il momento di recuperare quello strumento e di non gettare tutto il lavoro precedente, in particolare a mio avviso dando inizio ad un lavoro sull’abolizione del quorum, a livello nazionale, lavorando sul livello locale, sui tanti livelli locali, degli strumenti di democrazia diretta, organizzando iniziative coordinate e contemporanee come Diego Galli ci suggerisce.
Il satyagraha mondiale passa anche nel nostro paese per tutti quei temi radicali che non sono la difesa a oltranza di una corporazione, di una conventucola o di casi singoli, di zone di ombra e di privilegio, ma sono storicamente la legalità la nonviolenza la disubbidienza civile gli istituti di democrazia diretta, l’antiproibizionismo per il governo dei fenomeni sociali, il rispetto dei diritti umani e civili universali fino al fondamentale diritto ad essere informati correttamente.
Il Satyagraha radicale ha preso avvio ormai da anni: vorrei ricordare un satyagraha nel 2001, quando migliaia di carcerati digiunarono per un apparentemente futile motivo, la legalità del parlamento; il satyagraha dei montagnard, che digiunarono in migliaia per un apparentemente lontano motivo, la presenza delle donne nel governo afgano. Si è intrecciato con la lotta nonviolenta contro la pena di morte, per una morte senza pena (eutanasia), contro la pena nella vita (libertà di cura, di terapia e di ricerca scientifica, abolizione della miseria ); il satyagraha ha preso forma con l’appello per Israele e la Turchia nell’Unione Europea, si è poi allargato al popolo tibetano e a quello cinese, si è arricchito di contributi che hanno indicato possibili ambiti come l’ambiente, l’energia, il rapporto fra uomo e animali, fra uomo e natura; il satyagraha comincia in casa propria ogni giorno e si allarga fino a comprendere la dimensione planetaria senza la quale ogni particolarismo è vano.
E in casa propria, in casa nostra, in Italia, non c’è che l’imbarazzo della scelta per individuare possibili campi d’azione; ieri Rita ci informava sulla sentenza della corte di cassazione del 10 gennaio secondo la quale la coltivazione domestica di piccole quantità di piante di canapa indiana non è lecita. Per i supremi giudici della IV^ sezione penale è da perseguire penalmente la coltivazione, sul balcone di casa, anche di una sola piantina di marijuana, indipendentemente dalle sue caratteristiche droganti. Con il verdetto depositato oggi si dice che è penalmente rilevante la coltivazione a prescindere dalla quantità: "La coltivazione di canapa indiana va sanzionata indipendentemente dall'ampiezza del numero di piante contenenti sostanze tossiche", si legge nella sentenza. Sentenza che contraddice quella del 10 maggio dello scorso anno, quando la Corte aveva assolto un giovane per aver coltivato nel proprio fondo cinque piante di marijuana, perché il fatto non sussisteva, individuando una netta differenza tra la coltivazione in senso tecnico e la detenzione per uso personale. Sostenendo che la cosiddetta coltivazione "domestica" era equiparata alla detenzione per uso personale, ragione per cui la condanna del giovane romano era stata annullata senza rinvio; infatti l’uso personale non è punibile grazie al referendum radicale che ha abrogato l’articolo 1 della legge Iervolino Vassalli, là dove sosteneva che anche l’uso di sostanze stupefacenti è reato. Invece, questa volta, secondo i giudici supremi, il referendum ha reso penalmente lecita solo la detenzione, l'importazione e l'acquisto di sostanze stupefacenti ad uso personale. Non la coltivazione, quindi, che resta "assolutamente vietata". Anche se si tratta di una sola piantina sul balcone di casa; cioè si può, per uso personale, finanziare il mercato illegale ma non produrre autonomamente.
Siamo del resto abituati a queste schizofrenie della legge, e sappiamo come in ognuno delle decine di processi che i radicali hanno avuto per le loro disobbedienze civili sull’argomento sostanze stupefacenti le sentenze e le motivazioni siano state varie e differenti. E l’argomento droga ci riporta a considerare come non sia possibile delimitare specificamente un ambito d’intervento senza allargare la visione; le sostanze stupefacenti c’entrano con le organizzazioni criminali, c’entrano con gli stili di vita del mondo politico passato, penso al caso Montesi, che fu l’occasione di inizio di una delle prime battaglie radicali per la legalizzazione delle droghe, e presente. Le sostanze stupefacenti c’entrano con il conflitto afgano e più in generale con il terrorismo che si finanzia anche con le coltivazioni d’oppio; c’entrano con la politica economica e con l’economia politica, perché costituiscono una buona percentuale di tutti quei flussi di denaro al nero che se anche non sono considerati nei conti pubblici hanno su questi un’influenza se non altro perché li rendono assai imprecisi.
Inoltre non dobbiamo dimenticare che le droghe sono farmaci e viceversa; ci sono malati di cancro, di sclerosi, di aids, che troverebbero e trovano, in altri paesi, sollievo ai loro sintomi attraverso l’uso di medicinali che in Italia non sono disponibili, se non a caro prezzo, come il Marinol, il Sativex, il Bedrocan ; il ministero della sanità olandese, per esempio, controlla e cura la coltivazione della cannabis, oltretutto biologica, per la produzione di farmaci. Mentre in Italia i malati delle stesse patologie devono rinunciare perché impediti da una burocrazia cieca e sorda che limita l’accesso ai farmaci e soprattutto ai rimborsi.
Il nostro Satyagraha deve riuscire a allargarsi fino a comprendere l’intero pianeta, da una parte, ma anche ad infilarsi nelle infinite pieghe e piaghe di illegalità e quindi di sofferenza che esistono vicino a noi.
Non posso fare a meno di intervenire sull’aborto, anzi ne sento il dovere, molto brevemente. Non mi interessa la filosofica disquisizione se e quando il prodotto del concepimento acquisisca diritti; tanto meno prendo in considerazione il millantato credito di coloro che vorrebbero sostituirsi alle donne nel controllo della riproduzione, e lo tentano da secoli; la legge 194 nacque per attenuare e compromettere lo spirito che aveva guidato la battaglia radicale, cioè la conquista di un diritto di scelta, diritto formale, perché quello sostanziale le donne lo hanno già per natura, per biologia, per storia e per antropologia; tanto che prima non è che non abortissero, abortivano di nascosto, illegalmente, pericolosamente e dolorosamente, ma abortivano lo stesso. Vorrei invece proporre a questi difensori dei diritti umani una moratoria sulle mutilazioni genitali femminili, piaga che insiste su più di cento milioni di donne nel mondo, ed è con questo auspicio che per questa volta vi saluto
arrivederci e grazie
Claudia Sterzi

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