martedì, settembre 25, 2007

 

S.A.R.


La definizione della metodologia nelle scienze sociali è ancora oggetto di discussione; non è possibile applicare alle scienze sociali le stesse teorie di ragionamento scientifico e categorie di esperimento che si applicano alle scienze fisiche.
Ciononostante la ricerca antropologica e sociologica e la comunità scientifica sono andate avanti brancolando un po’ nel buio, dotandosi di temporanee regole di indagine provvisorie, quindi non rigide, ma, facendo esperimento anche di questa esperienza, consolidate da decenni di pratica.
Una delle regole fondamentali della ricerca antropologica ( anche sulla differenza tra antropologia e sociologia il discorso è aperto ) è la cosiddetta osservazione partecipante. Si tratta di mantenere un equilibrio tra il coinvolgimento e il distacco, fra l’ “immersione nel campo” e la “visione oggettiva”, e di saper cogliere anche in se stessi quelle divisioni pregiudiziali del mondo che renderebbero l’osservazione parziale: in linguaggio tecnico, oggettivizzare il soggetto. Solo una simile

disposizione permette di cogliere i fatti sociali nella loro configurazione effettiva; questo concetto viene ripetuto a sfinimento nei corsi universitari, anche se la ripetizione non garantisce la comprensione. E’ in realtà un concetto importante; ha recuperato l’antropologia dalle paludi dell’eurocentrismo e ha aperto alla sociologia la possibilità di proseguire oltre l’analisi di idealtipi.
Così se si vuole indagare sulla rimozione operata dai media nei confronti del popolo radicale, è necessario un certo coinvolgimento, grazie al quale si evita di dire sciocchezze come Franceschini, ( di recente, intervistato a RR, ha sostenuto che Marco Pannella non ha bisogno di visibilità, anzi ne ha anche troppa, dato che tutto ciò che fa lo fa solo per apparire ), e un certo distacco, che allontani il rischio opposto del vittimismo irresponsabile.
Di rimozione sociale si parla in effetti non da molto; il termine rimozione, trasferito dal linguaggio psicologico, a livello sociale consiste nella distruzione di blocchi interi di informazione, vuoi filtrati individualmente, vuoi selezionati all’origine con meccanismi automatici o controllati.
La rimozione non avverrebbe affatto per un semplice sovraccarico di informazione, come si era ritenuto fino ad ora, ma sarebbe frutto di una selezione mirata che individua “pensieri molesti” e “ciò di cui non si deve parlare” ancora prima che arrivino alla consapevolezza, personale o sociale che sia.
Non c’è bisogno di un grande vecchio per dare l’ordine di rimuovere i radicali dai media, bastano alcuni input ben distribuiti e poi l’ingranaggio si attiva da sé, penetrando nei meccanismi della riproduzione sociale quotidiana. Già il fatto che i radicali si occupino di molti temi rimossi socialmente, come la fame nel mondo, o l’eutanasia, tutti i fenomeni clandestini, o le mutilazioni genitali, genera un effetto di naturale rifiuto.
Che i radicali siano esclusi dai media è una certezza che viene dai dati del Centro d’Ascolto; anche se, grazie alle premeditate azioni di Daniele Capezzone, i dati di presenza del 2006 e 2007 sono falsati dalle sue presenze a titolo personale.
Non solo la rimozione opera, nella esclusione stigmatizzante dei radicali: spesso, quando l’informazione viene data, è incompleta, manipolata, caricaturizzata ecc.; parte del linguaggio viene letteralmente rapinato e attribuito ad altri, come è successo al termine radicale attribuito alla “sinistra radicale” o addirittura “ ala radicale del Governo”, intendendo sempre la sinistra che un tempo era semplicemente estrema.
Un’ interazione non si consuma mai da sola; anche gli esclusi sono parte dell’esclusione.
Senza scomodare la sociologia dei gruppi, è evidente che un gruppo escluso sviluppa strategie di rafforzamento interno, che se promuovono il senso di appartenenza e la spinta identitaria ottengono anche l’effetto di aumentare le distanze dagli escludenti, che in genere non aspettano altro.
Se poi si aggiunge una vita interna al gruppo a dir poco vulcanica si capisce che i radicali non possono dimenticarsi oltre del Caso italia.
Una parte minoritaria del gruppo radicale ha piena coscienza della centralità del tema; i radicali mancano non solo dai telegiornali, ma anche da tutto il palinsesto televisivo e di stampa. Abbiamo visto uno speciale su Enzo Tortora senza che si parlasse della sua militanza; idem per Pier Paolo Pasolini e per Leonardo Sciascia. Si parla e si discute di finanziamento pubblico ai partiti, testamento biologico, libertà di ricerca scientifica, senza invitare i radicali. Si rimuove la storia radicale dai programmi delle facoltà di scienze politiche tanto che a Firenze è possibile laurearsi in scienze politiche senza averne sentito mai parlare, se non per la buona sporadica volontà di un assistente giovane o di uno studente anziano. I radicali sono esclusi dal Senato, dalla storia, dalla cultura, dai mezzi di informazione e a volte, purtroppo, si escludono anche uno con l’altro.
Un’ altra parte dei radicali dà la colpa a Marco Pannella, e personalizza il problema, che tanto personale non è, se ricordiamo le censure che hanno colpito Luca Coscioni e colpiscono oggi l’operato al Governo di Emma Bonino; o l’anatema lanciato su Rita Bernardini, rea di averle cantate e suonate ai giornalisti fin dall’avvio del suo discorso di insediamento come Segretaria di Radicali Italiani, trattandoli da scribi e farisei ipocriti quali sono.
Marco Pannella gode di un veto particolare aggiunto, è vero. E’ vero anche che tirar fuori gli scheletri dagli armadi degli altri non ti rende simpatico a chi ne ha tanti, e, come ha detto un parlamentare intervistato da Radio Radicale “ non si può invitare Pannella senza che si metta a parlare di palermitani e corleonesi “.
Questo indica anche la paura e l’ignoranza di chi lo ha detto, del quale non ricordo il nome, che non conosce il popolo che governa; se facesse un giro in autobus o in qualcun altri dei miseri luoghi dove si consuma la vita della normale e povera gente, dei nostri indios, come li ha chiamati Amato, scoprirebbe che il trucco dei ladri di Pisa ( litigavano di giorno e andavano insieme a rubare di notte ) è ormai scoperto e svelato in tutti i suoi aspetti, e che i governati sono astuti quanto i governanti; solo, hanno meno risorse, privilegi e tempo da perdere.
Piuttosto, i radicali stanno a dimostrazione vivente della falsità del teorema craxi-amato che tutti rubavano, dell’ eccezione al teorema popolare che i politici sono tutti uguali, teorema che discende dal precedente dei ladri di pisa.
Altri radicali non danno importanza alla questione, perché sono fortemente presi e coinvolti dalle azioni che portano avanti, caso Italia o no; magari pensano anche che sia meglio presentarsi alle elezioni da soli, né con questa destra né con questa sinistra, e pace se non si entra nei palazzi; forse non considerando che un soggetto politico è politico in quanto accetta di assumersi responsabilità di Governo.
Senza contare, in questa iniziale disanima delle sottocategorie del gruppo radicale, gli infiltrati e le lingue biforcute.
Alla fine non è vitale capire ora se il muro costruito tra i radicali e l’opinione pubblica è istituzionale o è un meccanismo sociale autoriprodotto, molto più vitale è trovare un accordo nel definirlo e tentare le possibili strade per abbatterlo.

S.A.R. ( Società di Antropologia Radicale )

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