mercoledì, febbraio 22, 2006

 

'E morto e lotta insieme a noi

I funerali civili puzzano di peccato contro lo Spirito Santo, e se c'è ancora chi dice che "l'omo ha da puzzà" - epperò anche solo il sudore da antico richiamo sessuale è oggi socialmente inaccetato. La Sclerosi laterale amiotrofica, nonostante il buffo nome ed il fatto che "la natura non sbaglia mai, salvo per divertimento" (ma un divertimento sadico - e viva il sado ed abbasso il maso - ma come si fa), ha funto più d'una volta da ghiandola del feromone metafisico. Sono il mio corpo ed il mio corpo è me - gran bella frase, ma solo "whilst this machine is to him", il corpo come carcere, la disincarnazione non come metafora (o fatto) di salvezza ma dell'inesorabile diminuzione, malattia o vecchiaia (magari morbus se ipsa), che conduce ad esserci "senza denti, senz'occhi, senza gusto, senza niente" e poi a non esserci. Oliver Sacks parla di "disincarnazioni" anche più "pure" della Sla (come se ci fosse un filo scollegato, e le membra fanno quel che "vogliono" loro), i personaggi di Beckett (chiedo scusa a chi questa l'ha già sentita fino alla nausea) metaforano bene, e con grande varietà, questa condizione neurologica - quasi quanto certe condizioni neurologiche metaforano bene tante seghe metafisiche.
Chi soffre si sente spesso Gesù, e non fa peccato; imitarlo, a costo di parodiarlo, pare sia compito del "bon crestin" (guascone, credo, da cui "cretino", sic). Giovanni Papini morì di Sla, dettò le sue schegge, La felicità dell'infelice, alla nipotina Violetta proprio come Luca Coscioni con Maria Antonietta, ma su questa falsariga: Godo perché soffro come Gesù, fo a gara con Lui che ha patito sulla croce, mi guadagno il paradiso (il "vero cristiano" di un suo geniale racconto si suicida per andare all'inferno e così imitare le sofferenze del Cristoncroce nelle fiamme eterne). Niente male, come niente male Luca Coscioni - che è morto scegliendo invece questa vita.
Pannella ha detto, fra le lacrime, che forse Coscioni sapeva di essere più "utile" così. Quella di preparare la propria morte è una fissa pannelliana, sul modello (indirettamente cristico, come ovvio) di Pasolini. Ma allora Malquesto (quello a cui ci si rivolge quando Benaltro non c'è) dovrà anche pensare: forse poteva aspettare di (non) essere - più sotto elezioni, o magari di entrare in carrozzina in parlamento - una scena che io mi sognavo la notte. L'insuccesso mediatico del Congresso gli ha dato a tutto quel che gli rimaneva, e forse è stato davvero più "utile" così. Resta il fatto che, così facendo - così morendo, da splendido personaggio scespiriano qual era (drammatico, vivo, non dialettico ma nemmeno tragico - o vedimai idillico) Luca Coscioni si è consegnato (ha consegnato la propria figura) alla fissità dantesca di chi ormai è quel che è e non lo diventerà più. Si sarà già capito che sono un belone, ma niente come la freddezza di un cadavere è capace di farmi esplodere in pianto. A noi di restituire a Luca il suo dramma e il suo divenire - agendolo, di scaldarci così, coi suoi afrori, le notti - e i giorni.


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Commenti:

Per colpa tua mi sono accorta che ho prestato a ignoti (quindi perso) "e scambiò sua moglie per un cappello". M'è toccato ricomprarlo. E già che c'ero, m'è toccato pure prendere "un antropologo su marte".
 
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