mercoledì, gennaio 10, 2007

 

Confessioni di un poetastro premiato

Ho ricevuto, anch’io, un premio di poesia. Non un grande premio internazionale, e nemmeno un premio nazionale. Solo un piccolo premio di provincia, uno dei mille o forse più che la provincia italiana assegna ogni anno alla legione dei poeti e poetastri che la infestano. Sarei dunque pazzo, a inorgoglirmene. Ma senza vergogna accarezzo la coppa di plastica e metallo dorato che mi è stata consegnata e che ho sollevato in aria sulla mia testa, davanti al colto e l’inclita che mi applaudivano, come Cannavaro festeggiando i mondiali di calcio. Forse fu un gesto disdicevole per la piccola, minuta gente di quel paesino - un paesino del profondo mezzogiorno, arrampicato come un presepe - venuta ad assistere alla premiazione. Ai loro occhi, in quel momento, io la poesia la tradivo. Mia moglie conserva comunque la coppa tra i relitti di famiglia, e ne ridiamo assieme.

Chi canterà le vostre lusinghe, piccoli premi di poesia della provincia italiana?
Chi non ha mai inviato, pur di nascosto e con vergogna, il plico con le cinque copie anonime ed una con le generalità e l’indirizzo dell’autore che il regolamento prescrive? Io l’ho fatto talvolta, trascinato da un qualche oscuro e non nobile sentimento. Una volta partecipai a un concorso letterario per un libro di prose. Anche questo era un premio provinciale, bandito da un delizioso paesino del Chianti dove sulla facciata di una casa scorsi, con un sobbalzo al cuore, la lapide per ricordare che lì era morto Domenico Giuliotti. Nessuno ricorda più Giuliotti, oggi. Il paese va molto più fiero della storica macelleria sulla piazza principale affollata di turisti, dove si vende la miglior bistecca chianina di tutta la Toscana e il prosciutto fatto con una razza locale, pregiatissima, di maiali, la “cinta senese” dalla carne saporosa di ghiande selvatiche. Fui ammesso alla cinquina dei prescelti e andai alla premiazione finale. Vinse il romanzo pubblicato da una grande casa editrice milanese. Il mio editore era piccolo, artigianale e povero, con lui divisi l’assegno. Siamo rimasti amici, nella solidarietà dei perdenti.

Questa volta, invece, il primo premio l’ho vinto, però ex aequo e quindi l’assegno era tagliato a metà. Sono stato contento lo stesso come se, invece che nella sala grande della locale scuola elementare, mi fosse stato assegnato in Campidoglio. Dietro al tavolo della giuria erano seduti i maggiorenti del paese, dal sindaco a non so quale assessore, oltre naturalmente al direttore didattico della scuola. C’era anche, se ricordo bene, l’assessore alla cultura della provincia, il premio varcava dunque i confini comunali. Apparivano tutti molto contenti, sembra anche delle poesie che hanno dovuto ascoltare, recitate dai numerosi vincitori nelle varie categorie: per rendere più prezioso il premio, infatti, i concorrenti erano suddivisi in èditi e inediti, tra i quali mi collocavo anch’io. C’erano i vincitori ma poi seguivano i segnalati, i commemorati e gli incoraggiati, tutti ricevettero targhe e cartigli laudativi. Mi ero sempre chiesto come campino i tanti negozi che vedo, anche a Roma, specializzati in targhe e coppe di ogni foggia. Non tutti possono diventare fornitori della FIFA e dei suoi Mondiali di calcio, ora penso che queste aziende facciano affari rifornendo di trofei i premi letterari. Le loro coppe, quindi, sono solo dorate, non d’oro zecchino e massiccio. Sono ugualmente ambite. Anche da me, ho finalmente ammesso a me stesso.

Le mie poesie, lì, ho avuto l’impressione non interessassero nessuno. Una, in precedenza, era piaciuta ad un cerbero tra i critici letterari e poetici, uno che ha stroncato una quantità di poetastri, da quelli inclusi nelle più prestigiose raccolte o nelle antologie curate ai massimi livelli fino ai più piccoli che comunque hanno già trovato un editore vero e proprio e non sono più degli autoediti, stampati a proprie spese. Io non appartengo nemmeno alla seconda categoria, chissà dove quel critico aveva letto i miei versi, che però elogiò definendoli “struggenti”: “…tramonti corruschi/d’indaco e rosso, e perfino d’un verde/lontano e trasparente -/che mi indicavi a dito/mentre ci trasferivamo, armi e bagagli,/un’altra volta ancora/ da Roma in Umbria -///…uno di quei nostri viaggi/che mi fanno sobbalzare il cuore/ perché sempre mi dico “sarà l’ultimo”/e tu cerchi di confortarmi, la sera,/nel letto, col tuo culo sodo e caldo/che io accarezzo, e il ventre/pieno di dolci ricordi”. La donna evocata non era un’amante, è solo mia moglie.


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Commenti:

Viva l'Omo Salvatico di Giuliotti, che comunque anche lui apprezzava senz'altro la bistecca di chianina e il lardo di cinta senese. Ma mille volte più viva la mitica libreria Marzocco di via Martelli a Firenze (che già non esiste più - la libreria..) dove trovai il tuo "Paese Guasto". "Fine de Roma", invece, me lo desti te brevi manu - e quanto grande sia la coppa che si merita lo dice persino questo pezzo. Quanto ancora dovremo aspettare un Tutte le Poesie di Bandinelli? La tua recente rentrée politica (e in bello stile, per altro, coi gran discorsi a Comitato di RI e Segreteria della Rosa) te ne svoglia o te ne invoglia ancor di più - ora che hai ritrovato alcuni vecchi mestoli da casa smessa? E in ogni caso benvenuto.
 
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