domenica, maggio 02, 2004

 

Luigi Baldacci: I QUADRI DA VICINO


Rizzoli, 260 pp., euro 18,50
La più vessata questione della letteratura italiana divide il nostro canone nazionale in due schieramenti: quello petrarchesco, aereo, aggettivale, parolaio, e quello dantesco, incentrato sulle cose, di un “materialismo” che qualche secolo dopo si potrà definire leopardiano. La lezione critica di Luigi Baldacci può forse essere riassunta in una formula: come essere danteschi.
Spirito eclettico e militante capace di “non lasciare mai le cose come stavano” ovunque puntasse la propria attenzione (come ne disse Raboni), Baldacci ha detto parole pesanti sul nostro Novecento (da buttare, salvo i primi venticinque anni) come sui libretti d’opera ottocenteschi, sulla storia della critica come sull’assoluto antiumanismo dello Zibaldone, e ora, nel suo “primo” libro postumo (con l’amorevole e autorevole curatela dell’allievo Alessio Martini) sull’arte figurativa. “I quadri da vicino” spazia dal Seicento fiorentino (con l’amatissimo Cecco Bravo) ai macchiaioli, dalle avanguardie francesi e italiane (in primis Soffici) ai fuori percorso come Boecklin, con diverse incursioni, tutt’altro che accessorie al suo discorso critico, nell’Arte Negra.
Forte della lezione di Longhi (adorato perfino nella “esperienza acustica” del suo magistero), Baldacci rifiuta le facili equivalenze verbali che sottomettono la “verità” del dipinto al gusto letterario, e gode e analizza i suoi oggetti “da dieci centimetri di distanza”, “muovendogli solo quelle domande che possono essere soddisfatte in quei termini di rapporto” (ecco il materialismo “dantesco”, qua incrociato col motto di Schopenauer per cui bisogna avvicinarsi a un quadro come a un principe, senza permettersi di essere i primi a parlare). Ma in questa raccolta di articoli c’è il Baldacci decenne che passeggiando per gli Uffizi inizia a concepire l’esistenza come labirinto di stanze e di corridoi, e l’arte come strettamente legata a un ambiente, fino a elaborare la categoria della “possedibilità” (o, relativizzando, della “frequentabilità”) come intrinseca al godimento e alla comprensione.
C’è il Baldacci quarantenne colpito, in modo conseguente, dal “contagio collezionistico” (che insieme alla sua prezzoliniana ossessione di “farsi un’idea”ci ha dato questi pezzi). C’è il dilettante, più competente di molti professionisti, ma che fa understatement prima di tutto rispetto alla sua pretesa, per il critico di qualsiasi cosa, di una misura d’eroe. E il militante che depreca per l’arte moderna la mancanza di un mercato che faccia “attrito” (d’appoggio o di rifiuto) e al contempo ritiene “filosoficamente inammissibile che il mercato si congeli in un museo” poiché “selezionare l’offerta spetta solo al mercato”. C’è, infine e soprattutto, il grande scrittore e pensatore, dantesco nell’aderenza alla “cosa”, leopardiano nella spietatezza, che considera come unica discriminante la qualità, ma ha visto la “caduta” dell’arte in quel peccato originale che è il “recupero storicistico di tutta l’arte”.
Intossicato dall’arte italiana antica, Baldacci ha guardato all’Arte Negra quasi come alla “vera scultura moderna”: un’arte che aderiva senza bisogno di significati ai ritmi biologici della vita ed era già dotata, “all’alba della creazione”, di “tutte le chiavi estetiche che sono ancor oggi in vigore nel nostro decrepito sistema: dalla classicità più gentile alla violenza espressionistica”. (Giulio Braccini)


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